RECENSIONI | VIDEOLAB
(italian version)
 
 
by
Andrea Balestri, Davide Barsotti, Sara Casini
 
 

 
 
 
 
 
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IL RING DELLE ARTI – al via il festival lucchese tra danza e performance
 
I Ring, il festival di arti performative organizzato da SPAM!, la rete per le arti contemporanee diretta da ALDES, prende il via con un'anteprima sulle Mura di Lucca. Non è un caso: l'occasione per questa due giorni di teatro internazionale nasce proprio nell'ambito dei festeggiamenti per il cinquecentenario dell'inizio della costruzione dell'arborato cerchio (così definiva D'Annunzio le mura della città).
In un pomeriggio di fine estate, bagnato da una pioggia passeggera, un nutrito gruppo di spettatori si riunisce sul Baluardo San Martino, punto di partenza di un viaggio che mescola le arti performative con la storia del principale monumento lucchese.
Nelle intenzioni del direttore artistico Roberto Castello, tutto il festival avrebbe dovuto svolgersi nei dintorni di questo baluardo, sfruttando la passeggiata delle mura, gli spalti esterni e, soprattutto, le suggestive gallerie interne. Le esigenze della sicurezza non hanno permesso che questo progetto potesse diventare realtà, così, ad eccezione di questa anteprima, tutte le performance sono andate in scena nelle sontuose sale di Palazzo Ducale. Nei saloni un tempo abitati da Elisa Baciocchi sono stati allestiti tre spazi teatrali, che hanno ospitato rappresentazioni contemporanee di ogni genere, dando origine a un cortocircuito molto suggestivo tra la bellezza dei luoghi e quella delle performance.


Incursioni artistiche sulle mura di Lucca

Sotto un cielo che pare autunnale, inizia a formarsi il gruppo che si appresta a divenire spettatore, che viene dunque radunato: ha inizio il “percorso guidato” all'interno del quale si andranno a intrecciare le “incursioni di danza”, e inizia quindi una sorta di visita guidata dei "sotterranei".
Per quanto riguarda le performance vere e proprie, ad aprire il programma ci pensa il gruppo Company Blu, con la performance "Heavy Metal". Sull'erba umida troviamo un corpo che assume delle pose statuarie, ricoperto di un'armatura di metallo, un corpo sulla cui umanità, almeno in un primo momento, possono nascere dei dubbi. Movimenti dapprima lenti, poi più ampi e evidenti: il corpo prende vita.
La figura che ci si staglia di fronte pare nient'altro che un involucro, forse elaborato ed elegante, ma anche pesante e goffo. Ad ogni movimento risuona amplificato e alquanto fragoroso lo sferragliare delle placche dell'armatura che inevitabilmente cozzano le une contro le altre. Per qualche minuto si assiste a quelli che paiono i primi passi di un uomo d'acciaio, che faticosamente acquista capacità di movimento, compiendo gesti che si vorrebbero solenni ma che, a causa della goffaggine, strappano più di una risata al pubblico.
La performance gioca sulla divertente relazione tra un'armatura medievale e un uomo del nostro tempo, rendendo esilarante il gioco di parole per cui “heavy metal” si riferisce al metallo vero e proprio che si fa costume ma anche al genere musicale (per quanto quello che ci si trova ad ascoltare sembri più musica dance elettronica) su cui il burattino metallico tenta goffamente di ballare.


Una sfida tra corpo e parola

Al termine di questa prima performance, che risulta buffa nella propria assurdità, ci si mette in viaggio per raggiungere la successiva tappa, in cui si esplora un'altra zona sotterranea.
Il secondo spazio performativo è molto suggestivo: si trova al di sotto di un baluardo, di fronte ad un'altra entrata dei sotterranei, e all'arrivo del pubblico la spoglia coreografia è incarnata da due poltrone rosse, una delle quali, sulla sinistra, è ribaltata, mentre sull'altra siede un uomo intento nella lettura di un libro. Il poeta (Paolo Gentiluomo) inizia la propria lettura alzandosi in piedi di fronte al microfono e assumendo un'espressione seria che si fa immutabile.
Questa rappresentazione prende il nome di “Anatomie della parola”, autori Aline Nari e Davide Frangioni, e presto si palesa il senso del titolo. La poesia, infatti, si snoda in modo lineare e le frasi sono legate tra loro attraverso la connessione logica di pochi elementi. Il testo non possiede di per sé un significato, ma si presenta piuttosto come un collage variopinto in cui, come tra le tessere di un mosaico, si incastrano citazioni (dantesche ad esempio) che, poste in questo contesto, risultano estrapolate in maniera quasi casuale, e perciò danno vivacità e rendono divertente la composizione poetica.
La composizione ha una sua follia, che permette di concentrare l'attenzione sulle singole parole, dal momento che non ci si deve rifare ad un significato generale, e sulle singole frasi. Il termine “frase”, tuttavia, andrebbe forse considerato nel significato che assume in musica, una sorta di melodia di cui si percepisce l'inizio e la conclusione, piuttosto che nel vero e proprio senso grammaticale, dal momento che molto spesso non vi sono verbi e che non è presente una sintassi che faccia da intelaiatura al testo.
La lettura, e perciò la parola, si fonde al movimento nel momento in cui in alto, sulle mura, si scorge la figura di Aline Nari (anche lei, come il poeta, ha una maglietta con su scritto “corpus”). L'attrice-danzatrice arriva di corsa, e si impadronisce dello spazio al fianco del poeta, ballando e armonizzandosi alle parole, instaurando un dialogo dall'incredibile mutevolezza.
Infine, mentre le parole si concentrano su un solo tema (l'albero), la danzatrice si riversa sulla poltrona capovolta, le gambe rivolte verso l'alto, il poeta termina di parlare, Aline Nari si alza e si posiziona per qualche istante al fianco di Gentiluomo, dopo di ché corre via, mentre il poeta torna a sedersi, e la scena torna quella iniziale.
La performance, molto breve, si conclude dunque tra gli applausi di un pubblico che rimane qualche istante ancora di fronte al poeta, per poi iniziare a disperdersi continuando la visita sotterranea.


 

 

29|8
Seconda giornata – tra danza, performance e il "Premio dell'uomo in piedi"
 
Ring entra nel vivo con il secondo appuntamento, prima vera giornata di programmazione, che si apre con la consegna del “Premio dell'uomo in Piedi" (Standing Man Prize) a Erdem Gündüz, dalla cui protesta a piazza Taksim (giugno 2013) esso prende nome.
Dopo un'introduzione di Roberto Castello seguito da alcune personalità legate all'ambiente teatrale e politico della lucchesia, il coreografo turco parla della propria protesta/performance Duran Adam, a proposito della quale sottolinea l'impatto anche personale: egli, danzatore, è rimasto in piedi immobile per otto lunghe ore, un'azione che ha rappresentato un completo capovolgimento del suo abituale lavoro. Nonostante le difficoltà comunicative (attenuate dall'aiuto di una traduttrice), Erdem riesce a trasmettere il fortissimo desiderio di uguaglianza e aiuto reciproco a cui ha voluto dare corpo attraverso il proprio lavoro.
Durante la consegna del premio Gündüz ha anche spiegato il gioco di parole sul quale si basa la performance che ha creato per Ring, "Kurbanla Kurban Eden", "la vittimizzazione delle vittime", che scaturisce dalla riflessione sulla radice semantica della parola "kurban", che assume in turco il significato di "vittima" e in arabo quello di "colui che è vicino".

È nella sala Maria Luisa che va in scena la prima performance: “Wiki mon amour” - Racconto performativo inedito, dell’artista Michelangelo Consani.
La performance si sviluppa in una lunga declamazione da parte di un sintetizzatore vocale amplificato da un Marshall. Contemporaneamente una performer ci dà le spalle, da seduta. Mentre prosegue la fitta declamazione, l’attrice si volta rivelando a tutti la maschera che ha indossato nel frattempo: il volto è coperto dal simulacro di un volto anziano dai lineamenti orientali. Il testo, come ci è suggerito dal titolo, è tratto da wikipedia; il tema è il nucleare.
L’artista ha creato il testo incollando pezzi di testimonianze più o meno verificabili riguardanti i fatti di Fukushima, Hiroshima, Nagasaki e gli esperimenti atomici eseguiti sulle isole Marshall. Il tema è certamente importante ma la performance  è pretenziosa, e lo spettatore è lasciato a se stesso, accompagnato da una voce ai limiti dell'intelligibile che rimane in un continuo non senso. L'immobilità della performer non concede alcun conforto estetico, determinando  l'incomprensibilità dei contenuti e l'inaccessibilità a una qualsiasi meraviglia.
Molti hanno lasciato la sala, forse perché impossibilitati nel trovarne un senso tanto sul lato logico (anche se è sempre possibile godere di performance teatrali pur senza comprenderne il significato) né su quello estetico.


Le proposte internazionali

E' poi la volta di Erdem Gündüz con "Kurbanla Kurban Eden". La scena ci accoglie con un corpo steso a terra, che si contorce in spasmi di dolore sotto la luce fioca dei riflettori, mentre un altro, nella penombra, in piedi, osserva impassibile, cinico, doloroso per lo spettatore.
I due corpi si muovono in una danza che affianca e alterna la sensualità intrinseca delle danzatrici Irene Russolillo e Elisa Capecchi alla violenza della narrazione: quale delle due soccombe alla forza brutale dell'altra? Vittima e carnefice si fondono e confondono, scivolano voluttuosamente l'una nell'altra, quasi annientando la propria essenza in momenti che paiono dolci, per poi tornare inaspettatamente alla violenza precedente.
La pièce si compone dapprima anche di una parte parlata, una composizione che le due danzatrici alternativamente leggono intersecandola ai movimenti della danza, dopo di che la narrazione si affida completamente alla danza, alla quale fa di sfondo una sinfonia in cui si riconoscono dapprima il solo pianoforte e in seguito il violino. La conclusione è anulare e chiastica: nuovamente un corpo riverso a terra, in preda a spasmi, e l'altro osserva, ma le parti sono invertite, la vittima è divenuta carnefice e viceversa, lasciando intravedere una riflessione di tipo storico sulla volubilità dei ruoli sociali.

Tre quarti d'ora più tardi, la Sala Ademollo diviene il luogo in cui si incontrano tempi diversi in una visione quasi intimistica. Negli spazi del salone monumentale la luce diffusa, non accecante né adombrante, ci rende una visione netta e scolpita di ombre dei due danzatori: lei (Hadar Yunger Harel) e lui (Roy Assaf) tessono nello spazio scenico un filo conduttore di relazioni passate e presenti, come ci ricorda il titolo del lavoro: “Six years leater”. Ma il passato e il presente si intrecciano in un unico tempo indefinito, suggerito dalla musica iniziale: un suono lungo e infinito.
In seguito, sulle note della “Sonata al chiaro di luna” di Beethoven, i due portano avanti un gioco sensuale di reciproca attrazione: una perenne seduzione iniziata lentamente e sviluppatasi in dinamicità, per concludersi in una nuova sensuale lentezza. Il gioco amoroso è chiarito da sguardi intensi, a volte fugaci a volte lunghi; il tutto sostenuto dai volti dei due danzatori, estremamente espressivi.
Il dialogo coreografico è costruito per essere un'armonia di corpi, con la musica sottostante a scandire le dinamiche sceniche, portando dalla lenta seduzione alla turbinante passione per poi invertire il processo, in quella indefinitezza temporale che caratterizza questa pièce teatrale ideata dal coreografo israeliano.


Dall'Europa all'Italia

Ultima rappresentazione all'interno del Palazzo Ducale nel primo giorno del Ring Festival, Marta Bellu, in collaborazione con Daniele Ledda e Silvia Bellu, porta in scena "How to do things with words – Studio su un enunciato performativo infelice". L'idea su cui si fonda e attraverso la quale la rappresentazione prende vita è la creazione di un codice, che si struttura in tre atti, i cui titoli vengono proiettati sull'elegante parete retrostante allo spazio scenico.
ACT 1: Nullity – Dal buio emerge una prima figura, un uomo in nero con una D bianca stampata sul petto (Daniele Ledda), una seconda figura appare sulla scena, completamente vestita di scuro, solo quando si volta di risulta visibile la M bianca sulla sua schiena (Marta Bellu). Dal nulla inizia dunque a nascere un codice, i dialoghi tra D e M sono proiettati nel più totale silenzio – silenzio assoluto che ha stupito parte del pubblico, che forse avrebbe considerato naturale uno sfondo musicale per una performance di danza.
ACT 2: Abuse – Il codice si fa esasperato, gli stessi inventori (anche se talvolta si ha l'impressione che ad essere l'inventore sia D e che M sia lo stesso corpo creativo) ne abusano, lo fraintendono, finiscono per distorcerlo.
ACT 3: Drag of commitment – La distorsione del codice porta inevitabilmente ad un conflitto: le parti non sono rispettate. I movimenti, lenti o scattanti che siano ma sempre fluidi di M creano un dialogo con D, la cui apparente razionalità entra in contrasto con l'impeto creativo di M. Prende dunque vita lo scontro, che si conclude con l'annullamento di entrambi.
Una performance molto interessante e toccante, questo lavoro di Marta Bellu, forse di difficile comprensione ma in grado di parlare su un altro piano rispetto alla logica e di risultare emotivamente coinvolgente.


Luci sul Giglio

A concludere questa giornata di Ring Festival, Daniele Spanò presenta la propria videoproiezione sulla facciata del Teatro del Giglio, luogo rappresentativo per Lucca, in cui ancora si vive il teatro come una sorta di istituzione elitaria e d'occasione.
L'opera, realizzata anche grazie alla collaborazione con Luca Brinchi e Roberta Zanardo, si intitola "Fino a qui", e non è passata inosservata – non sarebbe stato d'altronde possibile – proprio perché esce dallo spazio scenico definito per abbracciare un pubblico più ampio, anche casuale.
A questo proposito ha ricevuto pareri talvolta contrastanti ma, nel maggior numero dei casi, molto positivi.
La facciata del teatro prende luce: le colonne, le finestre, le porte, iniziano ad animarsi, dapprima con un semplice gioco di luce, in seguito si aggiunge la musica, i due giochi si fondono, le porte sbattono, le colonne risuonano come i tasti di un enorme xilofono.
In seguito l'intera facciata si crepa, poi torna integra, in un gioco che attira l'attenzione di qualsiasi passante, a prescindere dall'età e dall'estrazione sociale, il che incarna in modo particolarmente efficace la volontà primaria del festival.
In seguito anche la figura umana entra a far parte della videoproiezione: un uomo e una donna appaiono sulla facciata del teatro, con corpi che si fanno elementi appartenenti all'architettura, si muovono avanti e indietro, producendo suoni nel momento in cui “sbattono” nei limiti architettonici.
Man mano che l'opera procede, nuovi elementi si sovrappongono: da ultima la parola.
La parola si presenta dapprima come suono, in seguito scritta, quasi che la facciata fosse una grande lastra di vetro dal cui interno qualcuno scrivesse con un pennarello bianco parole quasi incomprensibili: se ne coglie qualcuna, ed ecco che la mano torna indietro e la cancella, per poi aggiungerne altre, presa da una sorta di grafomania.
Infine la facciata si crepa, si infrange, e la performance ha termine.
Interessante, indubbiamente, il fatto che possano esserci diversi piani di lettura di questa performance: se ne può cogliere il semplice gusto estetico, in modo anche distratto, oppure se ne può sviluppare una riflessione complessa, ma questo sta allo spettatore.


 

 

30|8
RING CHIUDE IL CERCHIO – terza e ultima giornata di festival
 
 

"Concerto per Cani, Viola e Violoncello", recita il titolo della performance presentata dai CANI, titolo curioso che certamente attira l'attenzione e invoglia a scoprirne il senso. Così si apre il terzo e ultimo giorno del Ring Festival.

Questa rappresentazione si propone come un continuo dialogo tra musica e danza. L'aspetto musicale è rappresentato dalla performance di Cristina Abati, che, parte integrante della scena anche con il proprio movimento, suona alternativamente viola e violoncello, producendo suoni inconsueti, ora crescenti ora calanti, ora striduli e improvvisi, dilatati in un tempo che pare quasi infinito.

Dall'altra parte, la danza. Due danzatori: lei, dalla fisicità sottile e apparentemente delicata che entra in contrasto con l'espressione dura del volto; lui, con un fisico più imponente e un'espressività del volto molto più variabile, quasi divertente.

Difficile cogliere una narrazione: l'andamento della performance sembra seguire percorsi e svolte che hanno più a che vedere con l'impatto emotivo che con una storia intellegibile. Ciò che risulta interessante, che cattura l'attenzione dello spettatore, è soprattutto la relazione continua tra musica e movimento, relazione che non necessita, almeno in tutto lo svolgimento dell'azione, dell'uso della parola.

La parola – in inglese – si affaccia solo in forma cantata, nella parte finale. Ed è la musicista a cantare, con note lunghissime e quasi strazianti, sulle quali la performance si conclude.

 

 

Danza internazionale a Lucca

 

Seguono due compagnie che contribuiscono a dare respiro internazionale alle due performance: sono Annie Vigier & Franck Apertet (les gens d'Uterpan) e i danzatori di Tabea Martin.

I primi ci presentano "X-Event 2.3 d'après le protocole Les chutes", un lavoro estremo e fisico. L'azione è semplice: quattro performer in scena che si spingono reciprocamente, spesso capitolando addosso al pubblico che è seduto in terra ai quattro lati del quadrato bianco. Non è altrettanto semplice, invece, essere quelli che si spingono, in uno spettacolo dalla durata indefinita, perché destinato a protrarsi finché le energie lo permettono. Se anche si nota un po' di finzione, di tanto in tanto, nel cadere a terra, spesso i colpi sono veri e – immaginiamo – dolorosi. Col trascorrere del tempo il sudore si mescola al sangue di qualche abrasione e la reazione del pubblico, dapprima divertita, si fa sempre più preoccupata.

Oltre all'apprensione, gli spettatori provano anche un sincero timore per gli attori che spesso finiscono contro il pubblico, generando un misto di sorpresa e irritazione. Ma per quanto sinceramente impegnati siano i performer, l'operazione che propone X-Event 2.3 d'après le protocole les chutes" non è certo nuova, né viene portata a livelli che siano davvero degni di nota.

 

"I'm a dancer and I dance like this": è Gaetano Badalamenti, il bellissimo danzatore siciliano del duo di Tabea Martin, che si è avvicinato al microfono e si è presentato al pubblico prima di cominciare la sua danza. Pochi secondi e lo imita il suo collega Ryan Djojokarso: "I'm a dancer and I dance exactly the same". Appena finita la frase, con un tempismo perfetto, si inserisce nella coreografia del partner, iniziando a ballare in sincrono, senza musica. Il tratto ironico di "Duet for two dancers" diventa ancora più chiaro quando anche Tabea Martin si presenta al microfono e aggiunge "and I coreographer like this". Purtroppo l'attesissima coreografa francese non è potuta essere a Lucca ed è stata sostituita da un'attrice, ma l'effetto è comunque garantito.

Di qui inizia un'esposizione di movimenti di danza, annunciati dai due danzatori poco prima della loro esecuzione. Un repertorio coreografico vasto e sregolato nella sua comicità. "Unexpected movement" e Ryan Djojokarso salta contro la parete affrescata della Sala Ademollo. "Impossible movements" e i due corpi si intrecciano in posizioni impensabili. E ancora: "fast movements", "beautiful movements", "classical movements", fino agli "erotic movements", quando i due si svestono restando in mutande dorate.

Tra le risate c'è anche spazio per le riflessioni più serie sull'essere o non essere danzatore. Un danzatore è un danzatore anche quando non danza? Danzare serve a qualcosa o a qualcuno?

 

 

La danza made in Tuscany

 

Sala straripante e grandi aspettative per "Strascichi", pièce di danza e teatro di cui Irene Russolillo è regista e unica interprete.

Nell'oscurità più completa si inizia a sentire un suono insistente e traballante, che non può provenire dalle casse ai lati della scena.

Solo dopo l'accensione delle luci risulta evidente la provenienza del suono: tre vibratori, ognuno di un colore diverso, quasi fossero giocattoli per bambini, si muovono per terra come vermi da un'indole propria; di fianco, Irene sta seduta, con un vestito giallo che ricorda una strana ripresa di un vestito anni Cinquanta, cortissimo, abbinato ad una parrucca a caschetto nero corvino.

La performance si propone come un exploit a tuttotondo dell'artista, che danza, recita e canta.

Le diverse discipline si fondono in una rappresentazione che si basa sui temi dell'amore (e soprattutto della mancanza d'amore), della donna e della solitudine utilizzata come mezzo di riflessione, inoltre, anche l'aspetto sessuale, come suggerito dalla prima scena, ha una funzione fondamentale nello spettacolo.

Nonostante questi temi di base molto riconoscibili, la performance ha uno sviluppo narrativo complicato da seguire perché non evidente: la narrazione, appena accennata, fa da flebile ragnatela su cui si incarna in modo quasi violento l'aspetto emotivo, evocativo, fatto di immagini, di gesti fluidi o convulsi, di urla o sussurri, di, insomma, un continuo ondeggiare di emozioni.

Al termine, quando finalmente la tensione si scioglie, nella sala gli applausi sono scroscianti.

 

Con la performance di danza contemporanea In girum imus nocte (et consumimur igni), ideata da Roberto Castello, (in scena: Mariano Nieddu, Stefano Questorio, Giselda Ranieri, Ilenia Romano) prodotta da ALDES, si chiude, nella Sala Ademollo di Palazzo Ducale, Ring Festival.

L'enorme sala si trasforma in uno spazio indefinito da cui prendono forma quattro creature antropomorfe vestite di nero, affette da un continuo spasmo suggerito dall’insistente e interminabile suono, una pulsazione ritmica sempre uguale a se stessa che accompagna l’azione dall’inizio alla fine.

Non c’è spazio per la narrazione: non si intuisce chi siano i quattro personaggi, che restano stagliato sullo sfondo della coreografia, senza storia né caratterizzazione. L’unica cosa palese è l’animalità di questi corpi: i gesti sono ripetitivi e impulsivi e le smorfie danno l'idea di una forte bestialità.

Quello che tiene insieme tutti questi elementi è l’alternanza dei momenti di buio e luce (dichiarati da una voce fuori campo “dark”) che rendono ogni volta la scena diversa, sia per i nuovi contorni definiti dal proiettore sia per i gesti eseguiti dai performer.

In definitiva come il titolo – palindromo – suggerisce, la performance è la rappresentazione di un continuo agire che consuma, e la consunzione così determinata alimenta l’agire in un continuo vortice senza fine, che alimenta le fatiche dei quattro performer.

 

 

 

 

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